Riforma del lavoro modifica il contratto a termine

La riforma del contratto a termine. Il contratto a termine, in base alla vigente disciplina, è un contratto di lavoro subordinato con la particolarità di avere una scadenza prestabilita. Dopo la riforma Jobs act non è più previsto l'obbligo di specificare una causale (cioè la ragione) che giustifichi la fissazione del termine e il datore di lavoro può stipulare massimo un numero complessivo di contratti a termine pari al 20% del numero di lavoratori a tempo indeterminato presenti in azienda al 1° gennaio dell'anno di assunzione (la contrattazione collettiva può tuttavia fissare limiti quantitativi diversi). La durata dell'assunzione a termine non può mai superare i 36 mesi, neppure per via di successive proroghe o di rinnovi (cioè riassunzioni) nel primo caso, la proroga, con il consenso del lavoratore, è possibile fino a cinque volte. Infine, sulle assunzioni a termine il datore di lavoro versa un'addizionale pari all'1,4%. Diverse le novità previste dal DL dignità:

  • causale: rimane non necessaria solo se la durata dal primo contratto a termine è inferiore a 12 mesi; in tal caso, peraltro, la causale non è dovuta neppure per le eventuali successive proroghe. La causale è invece dovuta se la prima assunzione a termine ha una durata pari ad almeno 12 mesi e in tutti i casi di rinnovo (cioè di riassunzione a termine). Queste le nuove causali:
  1. esigenze temporanee e oggettive estranee all'ordinaria attività del datore di lavoro, o per esigenze sostitutive;
  2. esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell'attività ordinaria;
  3. esigenze relative alle attività stagionali di cui all'articolo 21, comma 2, e a picchi di attività;
  • proroga: fermo restando la durata massima di 36 mesi (che però in un'altra bozza è di 24), viene ridotto da cinque a quattro il numero di proroghe ammesse. Per cui dalla quinta proroga (oggi dalla sesta) il contratto di lavoro è trasformato a tempo indeterminato (ovviamente serve un giudice che lo dichiari);
  • forma scritta: il termine al contratto può risultare oggi "direttamente o indirettamente"; con le nuove norme dovrà necessariamente essere precisato nel contratto scritto. Inoltre, nei casi di «rinnovo» l'atto scritto dovrà necessariamente contenere anche la specificazione dell'esigenza che ha permesso la riassunzione;
  • addizionale: sui contratti a termine, oggi, è dovuta un'addizionale contributiva dell'1,4%; con le nuove norme, l'addizionale salirà all'1,9% (con aumento dello 0,5%) per i contratti successivi al primo (solo «rinnovo», e riassunzioni).

Le novità si applicheranno ai nuovi contratti a termine (cioè stipulati dopo l'entrata in vigore delle nuove norme), nonché nei casi di «rinnovo» a termine di contratti in corso alla predetta data.

Più tempo per i ricorsi. Altra novità riguarda l'allungamento dei termini a disposizione dei lavoratori per impugnare il contratto a termine. In base alle norme vigenti, l'impugnazione deve avvenire entro 120 giorni dalla cessazione del contratto da impugnare, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore, anche con ausilio del sindacato. Il predetto termine passa a 270 giorni.

Licenziamenti più costosi. Ultima novità è l'incremento del 50% dell'indennizzo previsto per l'ipotesi di licenziamento in assenza di giustificato motivo oggettivo (cosiddetti licenziamento economico), a seguito dell'entrata in vigore del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Secondo la vigente disciplina, l'indennità risarcitoria varia tra 12 e 24 mensilità con le nuove norme potrà arrivare anche a 36 mensilità.

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